L'infinito
Eccomi infine sfibrato,
anemico di sentimenti,
con l’unico conforto
di sapermi un giocoliere di parole.
Sul passato è meglio che taccia
non che ci siano incresciosi eventi
ma è difficile parlare del nulla.
Talvolta sospetto di essere una macchina,
e che la mia coscienza
sia un innovativo macchinario
trapiantato nel mio corpo ignaro.
Ho nutrito i primi sospetti
di non essere ormai più umano
quando ho reagito con terrore
sull’interrogativo logico
delle carezza della mia donna.
Certo qualcuno ha dimestichezza con la colpa
riconoscerà in me il penitente
ma tutto in me funziona ad intermittenza:
La mia coscienza ha un interruttore
che sa liberamente accendersi o spegnersi.
Formulo la domanda su Dio
che mi è stata sempre cara
con una fredda metodologia binaria:
possibile, non possibile
esistente, annichilito
compreso dal linguaggio, trascendente esso.
L’ipotesi di un grande orologio
mi lascia indifferente, mi raffredda,
e d’altra parte un padre dispensatore d’amore
mi sa di qualcosa di troppo arcaico,
di assolutamente improponibile.
Lo stesso temo degli esseri umani,
compreso me stesso.
Eppure mi interrogo su Abramo,
arrivo alla pazienza e mansuetudine di Gesù
e non posso fare a meno di pensarci
migliore dell’inquilino celeste
che non conosce fatica, che non muore per gli amici.
Talvolta, mi possa perdonare, lo immagino invidioso
delle sue stesse creature corrotte e nate dal fango.
Tolgo la speranza nell’invisibile
dubito addirittura di quanto riesco a vedere.
Perché accade sempre qualcosa che supera
quello che avevo stabilito impossibile da trascendere.
Mi perdo ad atomizzare e dividere
l’infinitamente minuscolo,
sconfino in vertigini d’infinito
guardando il cielo stellato.
Vorrei rendermi un brodo di particelle
e disperdermi da qui alla fine del cosmo
mantenendo la sola domanda
riguardo al perché ci sia successo tutto questo...
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