Riflessione

(Acerbo dopo nottata insonne)

Non ci sarà nulla di bello nella mia scrittura, non sarà che cruda ed indispensabile come la realtà. Almeno, questo sarebbe il mio intento, ma sono consapevole che per realizzarlo a pieno dovrei vivere, invece che scrivere. L’atto stesso dello scrivere riveste sempre e comunque una funzione di poeticità dell’esistenza, la va a mutare nelle sue più profonde corde, la rende, anche nel caso la scrittura fosse di pessima fattura, più poetica e pregna di quanto non sia se fosse stata fatta tacere. Questo perché lo spirito umano ha davvero una facoltà creatrice, ed anche nella persona meno dotata, questa attività che si esplica anche nella scrittura, non può mai essere del tutto assente. Dunque, scrivendo ad esempio di uno stormo di anatre, non potrò mai cogliere l’essenza di quella scena, per quanto la mia prosa si faccia scarna ed essenziale, o viceversa puntigliosa ed accurata, ma sarà sempre lo stormo più la mia impressione di questo. Anche se mi sforzassi di non dare alcun giudizio, limitandomi a descrivere il volo quasi fosse un quadro, una fotografia, piuttosto che una narrazione, questa sarebbe pur sempre la figlia delle mie personali impressioni, e il volo in sé sarebbe passato per sempre e il mio tentativo di fermarlo nero su bianco sarebbe solo una mia creazione, fallace e caduca per quanto espressiva, ma non avrebbe nulla a che spartire con quel fenomeno ben preciso avvenuto in un arco spazio temporale unico ed irripetibile. Potrebbe essere al limite un qualcosa di quell’evento, snaturato dalla mia memoria e dalla mia più o meno spiccata capacità di descriverlo. In quanto tale non sarebbe più nulla di vero o di preciso, bensì un ibrido che, sacrificando quello che era stato realmente, preferisce divenire un ibrido atto in qualche modo ad emozionare, far riflettere, suscitare delle impressioni, ma non a parlare di verità. Tutta l’arte, è soprattutto linguaggio. Ma anche il più raffinato linguaggio non potrà mai equiparare la complessità irripetibile di un atto veramente accaduto, fosse anche il più semplice possibile. Questo rende il linguaggio atto alla diffusione di un ricordo, ma inevitabilmente corrompe ciò che è stato. Ogni volta che annunciamo a qualcuno di aver assistito a qualcosa di particolare, in fondo, per quanto la nostra descrizione possa apparire dettagliatamente, rigorosa ed anche bella, stiamo fondamentalmente mentendo. E se esiste una qualche correlazione tra il ricordo e la menzogna, le nostre supposizioni riguardo la fedeltà devono per forza di cose essere rivedute per non portarci fuori strada. Il ricordo potrebbe essere infatti il modo stesso di tradire e non quello che abbiamo sempre ritenuto necessario proprio al fine di non tradire. Noi non ricordiamo mai ciò che è accaduto veramente, ma una parte di ciò più una parte dei nostri più o meno consapevoli desideri. Per questo scrittura e ricordo, che sono inscindibili l’uno dall’altro, non potranno mai appartenere alla categoria della veridicità, bensì a quella della passionalità. Se in più andiamo ad esprimere, a rendere partecipe qualcun altro, tramite una qualsiasi forma di linguaggio, non facciamo che allontanarci sempre di più dall’autentica narrazione dell’accaduto, e faremo primeggiare, volenti o nolenti, nel nostro tentativo di condivisione, un artefatto della nostra immaginazione, un’immagine del nostro intelletto. E pretendere che qualcuno lo accolga e lo consideri reale è insieme uno dei più grandi nostri problemi, ed è anche come una certa forma di prostituzione del vero. Gli uomini non possono fare a meno di incorrere in questo peccato per non morire di solitudine, ma bisogna per onestà, ammettere che ogni volta che si scrive o si parla si sta mentendo, e che più saremo convinti di dire ciò che realmente è accaduto e maggiore sarà il nostro impegno nel vendere al meglio questo nostro fittizio ricordo, e maggiore sarà la nostra colpa. La verità, si sa, da sempre tace.

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